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IL VOTO AL LAVORO? SETTE E MEZZO

25 Novembre 2011

L'indagine. Effetto crisi: cresce la soddisfazione per il proprio impiego, anche per paura di perdere il posto. IL VOTO AL LAVORO? SETTE E MEZZO. La pagella dei dipendenti italiani alla vita in ufficio. Ormai è noto, l'argomento che più preoccupa è quello del lavoro, come trovarlo e come mantenerlo: l'80% degli italiani lo ritiene il problema principale. Prima della crisi la percentuale di allarmati era appena la metà, ma c'erano molti insoddisfatti del proprio ruolo che speravano di cambiare impiego. Secondo un sondaggio appena realizzato dall'istituto di ricerca Ipsos su un campione di 700 persone, oggi la situazione si ribalta in un'apparente antinomia: l'82% degli italiani che lavorano è soddisfatto del proprio impiego. "Effettivamente il paradosso è solo apparente - commenta il presidente di Ipsos Nando Pagnoncelli - perché a fronte di giovani che sempre più faticano ad entrare nel mercato del lavoro, e della paura di quanti temono di perdere il posto, chi oggi ha un impiego, qualunque esso sia, lo tiene ben stretto. E alla nostra domanda se si sente soddisfatto della propria attività, risponde affermativamente a grande maggioranza. Così si fa piacere anche un lavoro poco gradito che, prima della crisi, avrebbe cercato di cambiare". Ad Ipsos il sondaggio è stato commissionato da Assolavoro, l'associazione delle agenzie per il lavoro. Quest'ultima, forse non inaspettatamente visto che l'interinale è comunque un lavoro a tempo, ha dovuto constatare che i lavorato- ri in somministrazione (i cosiddetti "in affitto") sono solo moderatamente contenti della loro attività: voto medio 6,6 contro il 7,5 di chi ha un impiego fisso. "E' comunque un grado di soddisfazione piuttosto alto - sostiene il presidente di Assolavoro Federico Vione - e il fatto che i lavoratori a tempo indeterminato mostrino percentuali più elevate è legato al momento storico, all'attuale crisi. Resta però un dato: tra i lavoratori flessibili i somministrati sono i più tutelati e quindi i più soddisfatti". Ma l'indagine Ipsos ha sondato un'altra ambivalenza italiana, quella della meritocrazia: a fronte dell'86% della popolazione che ritiene positivo premiare il merito di chi lavora in azienda, solo il 33% pensa che sia facile per i superiori comprendere chi merita effettivamente promozioni e incentivi e chi no. "E' perché ciascuno si sente portatore di un me- rito individuale da riconoscere - commenta Pagnoncelli - ma quando poi qualcuno e non lui viene effettivamente premiato, diventa insoddisfatto per il comportamento del superiore". Del resto la facilità o meno di riconoscere il merito risulta contraddittoria anche dal punto di vista dell'azienda (240 imprese intervistate). Mentre infatti solo il 26% dei direttori del personale ritiene semplice individuare i meritevoli, quella percentuale schizza al 65% tra i dirigenti che non operano nell'area risorse umane. "Il capo del personale conosce bene i suoi colleghi manager e sa che non infrequentemente alcuni di loro promuovono per simpatia, nepotismo o appartenenza a cordate - sostiene Paolo Citterio, presidente dell'associazione di direttori risorse umane Gidp - E' da ciò che nasce la sensazione di facilità nel riconoscere il merito, ma se noi forniamo ai colleghi strumenti rigorosi per valutare, capaci cioè di misurare oggettivamente le performance dei dipendenti, allora le capacità possono essere effettivamente riconosciute e premiate". Enzo Riboni
RIPRODUZIONE RISERVATA FONTE CORRIERE DELLA SERA 11 NOVEMBRE 2011
Corriere della Sera

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